Goti Bauer, “Questa memoria che mi è sacra”

Archivi Aperti

Photo by Jason Dent.

Conversazione con Daniela Padoan, Milano, 14 maggio – 31 ottobre 2010.

Cosa pensa dell’affermazione secondo cui sarebbe in corso una lotta per il potere tra storico e testimone?

I testimoni sono sempre in tono minore, parlano in modo sommesso, vogliono soltanto che si creda a quello che dicono. A noi non interessa il potere – e quale, poi? Siamo sul punto di prendere commiato, e una sola cosa ci interessa – ma sarebbe meglio dire ci preoccupa, ci addolora – ed è il pensiero di cosa rimarrà dopo: cosa rimarrà, dell’esperienza che abbiamo vissuto, quando tutti potranno appropriarsene, senza che uno di noi possa levarsi a dire “io c’ero”? Mi dispiacerebbe essere fraintesa: ci sono molti bravi storici, e il loro lavoro è fondamentale non solo per la comprensione della Shoah ma anche per la permanenza della sua memoria. Senza la loro cucitura dei fatti non avremmo un quadro complessivo in cui collocare le nostre singole esperienze; non ci sarebbe nulla di sensato, di comprensibile. La storiografia è fondamentale, ma dovrebbe essere alleata della testimonianza. Molto spesso lo è; credo che siano piuttosto numerosi gli storici che affermano che il loro lavoro si basa sulle testimonianze: e come potrebbe essere altrimenti? Molti però parlano di noi come di qualcuno che già non c’è più, sentono l’urgenza di ragionare “oltre” il testimone. Non nego che sia una questione importante, ma a volte si ha l’impressione che non vedano l’ora che ci togliamo di mezzo. Quando saremo morti – e non bisognerà aspettare a lungo, perché siamo sempre meno, sempre più deboli – avranno finalmente campo libero. Non ci sarà più nessuno a “contendere la scena”: nessuno dovrà protestare perché lo spazio che ritiene spettare alla storiografia è invaso dai testimoni. Ma senza le nostre parole, senza il racconto di noi che abbiamo visto e che ne portiamo ancora i segni, non so immaginare come faranno.

Quello che vedo con un certo malessere è che, accanto alle persone che si occupano della Shoah nel modo più rigoroso e rispettoso, ce ne sono altre che ne hanno fatto un mestiere, e in questo modo è difficile non banalizzarla. Invece è necessario averne rispetto, essere consapevoli della sua enormità, così come è necessario avere rispetto per il testimone: non per la singola persona, ma per quello che rappresenta, per tutti quei milioni di morti a nome dei quali si presenta a parlare.

Come definirebbe un testimone?

Un testimone è chi, avendo vissuto e sperimentato una determinata esperienza, la può raccontare ad altri così che, a loro volta, possano trasmetterla. Questo secondo me è un testimone, non diversamente da chi, avendo assistito a una disgrazia – anche solo a un incidente stradale – viene interrogato per fare chiarezza su ciò che è avvenuto. Nel caso della Shoah abbiamo una pluralità di testimoni, e dunque una pluralità di interpretazioni, perché ciascuno ha visto da una differente angolatura; ma la sostanza di ciò che viene testimoniato non potrà mai essere messa in dubbio, perché ogni testimone fa, nella sua essenza, lo stesso racconto. Ci sono però alcuni aspetti che è necessario considerare, per poter inquadrare correttamente una testimonianza: il periodo in cui la persona è stata deportata, la durata della sua permanenza nei campi e il contesto della sua prigionia. Le differenze sono tutte qui: chi è stato deportato nell’inverno del ’44 e ha dovuto affrontare i rigori della Polonia vestito solo di stracci non ha la stessa esperienza di chi è stato deportato in primavera; chi ha passato un tempo più breve ad Auschwitz e poi è stato destinato ad altri campi, non ha la stessa esperienza di chi ha dovuto trascorrere tutta la sua prigionia là dentro; chi è stato internato in un sottocampo di Auschwitz, non ha la stessa esperienza di chi è stato internato a Birkenau. A questo proposito, Primo Levi – che pure ritengo il testimone migliore, quello che per tutti noi è stato un punto di riferimento – non è il deportato classico, benché venga considerato il “testimone per eccellenza”; nonostante la sua grande sensibilità, la sua capacità di vedere e di descrivere, quello che ha vissuto non ha niente a che vedere con ciò che la grande maggioranza di noi ha sofferto ad Auschwitz-Birkenau. Dal sottocampo di Monowitz, dove era internato, Levi poteva vedere il fumo di Birkenau, oltre le colline, e immaginare i crematori, ma – come lui stesso ha scritto – non li ha mai visti. Questo fa un’enorme differenza, perché la sofferenza incancellabile, per noi che eravamo a Birkenau, è stata vedere, giorno dopo giorno, mentre sfilavamo per l’appello o tornavamo dal lavoro, i nuovi convogli che scaricavano sulla rampa le famiglie intere: i bambini che piangevano, che cercavano la mamma, e le file che si incamminavano verso la camera a gas. Essere lì e non poter fare nemmeno un gesto per avvertirli, per aiutarli, è indescrivibile: li vedevamo, e sapevamo che entro un paio d’ore non ci sarebbero stati più. Quella è stata la sofferenza più grande, che ci peserà sull’animo finché avremo vita.

L’altro aspetto che rende la testimonianza di Levi diversa dalla nostra è che, arrivando da solo nel lager, non ha dovuto sperimentare lo strazio della distruzione della propria famiglia; poteva ancora sperare che, se fosse tornato, avrebbe ritrovato i familiari e la casa, cosa di cui noi non abbiamo neanche potuto illuderci. Questa è un’enorme differenza, che cambia completamente la tua determinazione a resistere. Chi ha vissuto a Birkenau, con la fiamma perenne dei crematori davanti agli occhi, sapendo che lì erano bruciati i suoi cari, era una persona spezzata.

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